L'opera omnia sulla storia dell'architettura turistica nelle Alpi

Da sempre frequento le Alpi in lungo e in largo e, professionalmente o per diletto (ma per me è la stessa cosa), ho visitato, esplorato, recensito, criticato, amato decine e decine di stazioni sciistiche diverse nei 4 paesi principali paesi alpini (mi manca la Slovenia, sorry). La mia fissazione sui comprensori sciistici non mi ha impedito però di analizzare e di farmi un’opinione anche sulle architetture e gli assetti urbanistici delle varie località, pur avendo limitate competenze in materia. Ora mi stanno affascinando le architetture contemporanee più ardite inserite nel contesto naturale alpino, che ormai sono la norma in Alto Adige, Austria e Svizzera; ma ancor più mi stanno intrigando anche quei manufatti, quegli edifici e quelle costruzioni turistiche che di solito passano più inosservate, e anzi vengono denigrate, talvolta ormai in cattivo stato se non in abbandono. In un recente passato, mi colpivano molto le faraoniche stazioni sciistiche create dal nulla in Francia, quasi sinistre e alienanti… ma a volte, quelli che crediamo ecomostri, sono opere di ingegneri e architetti importanti, e forse più che una demolizione aspettano una rivalutazione e magari una ristrutturazione: ex colonie, magazzini, condomini turistici, stazioni di funivia.  

Tanto che mi sono sempre chiesto come mai ci fosse così poca letteratura sulla storia architettonica e urbanistica delle stazioni turistiche alpine. Così, quando ho appreso dell’uscita di una grande opera in 2 volumi sul tema della ‘Costruzione delle Alpi’  mi sono precipitato in libreria e nonostante l’ampiezza del volume l’ho praticamente divorato.

Si tratta di un grande affresco di Antonio De Rossi, architetto, professore ordinario di Progettazione architettonica e urbana, e direttore del centro di ricerca Istituto di Architettura montana, presso il Politecnico di Torino, iniziato con la pubblicazione del primo volume “Immagini e scenari del pittoresco alpino (1773-1914”)* (vedi scheda sotto – ndr), Donzelli editore 2015, che trova ora pieno compimento nel nuovo volume “Il Novecento e il modernismo alpino (1917-2017)”, sempre per Donzelli.

L’opera rappresenta un inedito sguardo sull’universo delle Alpi, indagato nel suo emergere a e inteso come l’insieme delle sue componenti materiali e simboliche, delle sue trasformazioni e delle sue rappresentazioni nel corso di un processo che dal Settecento giunge fino ad oggi.

Lo spazio montano è qui analizzato a partire dai due fenomeni che ne hanno occupato la scena durante il Novecento: da un lato, l’esplosione del turismo, con i suoi processi di infrastrutturazione e urbanizzazione, con l’invenzione delle stazioni invernali e dell’architettura moderna alpina, con il consumo sciistico e automobilistico della montagna e la nuova idea di salute e di organizzazione del tempo libero; dall’altro, lo spopolamento, con la dissoluzione dei modi di vivere storici e l’abbandono delle aree vallive, e con il tentativo di determinare nuove funzioni e progettualità. Quello che l’autore definisce il modernismo alpino, è “la creazione di una nuova e inedita civilizzazione d’alta quota, strettamente connessa alle città fordiste della pianura, che a partire da un luogo estremo, la montagna, si declina nella modernità”. Tale fase ascendente durerà fino alla fine degli anni settanta del Novecento, con l’emergere di nuove sensibilità ambientali e di una diversa idea della montagna. In questa fase discendente quelle che negli anni sessanta erano le prime attrezzate stazioni sciistiche apprezzate per la ‘modernità’, ben presto vengono rinnegate dal gusto dominante, “a favore della rivalutazione postmoderna della tradizione (reinventata) che prende le sembianze edulcorate del pastiche architettonico, ossia dello stile rustico internazionale”, per dirla con le parole di un articolo di Maurizio Giufrè, uscito recentemente sul Manifesto: uno stile che impera, salvo eccezioni. Ma voi, piacciono così tanto i finti chalet ricostruiti? A me , insomma…

 

Scheda sul primo volume di Donzelli editore “La costruzione delle Alpi. Immagini e scenari del pittoresco alpino (1773-1914)”, di Antonio De Rossi

*Per quanto paradossale possa a prima vista sembrare, le Alpi, così come oggi noi le conosciamo e le percepiamo, non sono sempre esistite. Esse sono state «costruite» attraverso un duplice processo: quello della trasformazione del territorio alpino, della materiale immissione e implementazione, in quel contesto, di progettualità e manufatti umani; e quello della conoscenza scientifica e artistica, della costruzione di un immaginario, di una rappresentazione e messa in scena delle montagne. Entrambi questi aspetti hanno conosciuto e conoscono una storia. Quest’opera – dedicata in particolare allo spazio alpino occidentale compreso tra Italia, Francia e Svizzera e impreziosita da un ricchissimo apparato iconografico – affronta proprio questo tema: la modificazione dell’ambiente e del paesaggio montano nel periodo compreso tra la seconda metà del Settecento, momento della scoperta delle Alpi da parte delle società urbane europee, e il definitivo fissarsi, attorno ai primi anni del Novecento, di un’idea di montagna legata alla metamorfosi turistica operata dalla Belle Époque. È in quei 150 anni che si insedia e si struttura quell’immagine del «pittoresco alpino» con cui ancora oggi per tanti versi siamo chiamati a confrontarci. Una storia fisica dunque, ma anche una ricostruzione dei differenti modi di guardare e di concettualizzare la montagna che hanno guidato la mutazione e il progetto dello spazio alpino. Una storia culturale e delle idee che si colloca a cavallo di molteplici terreni disciplinari: paesaggio e teorie estetiche, turismo e alpinismo, storia dell’architettura e delle infrastrutture, arte e letteratura, storia degli insediamenti, geologia e glaciologia, medicina, storia economica e sociale. Per seguire meglio questa complessa articolazione, viene proposto una sorta di «percorso di cresta» (tra Piemonte, Valle d’Aosta, regione insubrica dei laghi, Savoia, Delfinato, area lemanica, Vallese, Oberland bernese, Grigioni) che fa intravedere l’esistenza di culture e modi di guardare che travalicano le singole esperienze nazionali, disegnando una prospettiva europea di lunga durata che si riflette nel progetto contemporaneo di una macroregione alpina.


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