Uno skiwriter dolomitico a Madesimo...


Per l’homo dolomiticus che è in me, è sempre intrigante andare a testare le varie stazioni sciistiche al di fuori delle Dolomiti. Dopo quasi vent’anni, eccomi di ritorno a Madesimo, uno dei nomi storici dello sci in Italia. Pian piano la località a nord di Chiavenna, circondata da aperti pendii e maestose montagne, sta ritornando all’altezza della fama di 60 anni fa, quando era una Cortina della Lombardia. Ma che bisogno c’è di stare a leggermi - direte – voi che per la maggior parte provenite da un vasto bacino milanese e lombardo di sciatori, voi che di Madesimo conoscete ogni variante, ogni stradina, ogni gobba, ogni boschetto e ovviamente ogni pista? Beh dai, lasciatemelo fare per tutti gli altri 7 o 8 lettori del nord est e di altre parti d’Italia. E poi se vi annoiate o trovate strafalcioni, liberi di commentare o cambiare canale. Perché qui, non si può non venire, anche da lontano, se si è veri amanti dello sci: la storia si respira, eccome, anche solo salendo per l’ardita strada ottocentesca con tornanti a gomito. 1911: Il TCI organizza a Madesimo la prima manifestazione in Italia “per la conoscenza degli sport invernali”. 1935: anno del primo impianto (lo slittone). 1933: primo diploma di maestro Fisi (1 gennaio 1933, Mario Bernasconi) custodito alla Scuola Italiana sci e snowboard, attiva dal 1934. XVI secolo: origini dell’edificio più antico in paese, la Osteria Vegia, già frequentata dal Carducci, tra i primi villeggianti vip.

Ma torniamo ai tempi nostri, quando Madesimo può rivelarsi anche un’alternativa anche per chi volesse stare alla larga dalla grande festa olimpica di Livigno e Bormio durante questi giorni di febbraio. Rispetto al livello delle Dolomiti, come siamo messi? Ci siamo quasi! Ho notato, dopo anni, in generale maggior cura del dettaglio, specie nella gestione della ski area (manutenzione manto nevoso, segnaletica, sicurezza ecc.), ma anche nel paese, dove c’è un’atmosfera più civettuola e rilassata, quasi da salotto. Pur abbondante di seconde case e condomini, Madesimo meriterebbe maggior apprezzamento: è assai piacevole per il passeggio, raccolto e tranquillo, non c’è traffico di transito. E di fatto ogni zona del centro è servita da un impianto che permette – non scontato - di salire e tornare a valle sci ai piedi. Punti di debolezza? Insufficiente capacità alberghiera di livello, ma quello sarebbe un discorso un po’ più articolato.

Il comprensorio sciistico è abbastanza concentrato ma vario allo stesso tempo, con circa 40 chilometri di piste (diventeranno di più quando si riaprirà il versante val di Lei e ovviamente verrà realizzato l’impianto in sostituzione della storica funivia del Groppera a 2880 m, quella da cui si può scendere il famoso Canalone*). Il livello tecnico è di tutto rispetto, per buoni sciatori. Un unico versante è coperto da impianti e piste tendenzialmente paralleli dai 1500 m in su, uniti e interesecati da raccordi. Tra i tracciati, in buona parte tra i lariceti, i gioielli sono la panoramica e lunga blu che scende dal Lago Azzurro nel bosco, la rossa Vanoni che termina in paese dopo tratti molto tecnici. E alla testata sud della ski area, a monte della funicolare che sale da Campodolcino (strategico impianto di arroccamento soprattutto per gli sciatori di giornata) e a fianco della seggiovia Motta e delle belle piste rosse Ai Piani, spicca un simbolo molto particolare di Madesimo, Nostra Signora d'Europa, imponente statua della Madonna con copertura di lamine dorata (del 1958, alta 15 metri e pesante 40 quintali), che sorveglia la Val Chiavenna.

Ambiente naturale? Beh, si sa che qui le montagne sono diverse dalle Dolomiti, ma le distese di neve e i panettoni che ricoprono in particolare la valle di San Giacomo (tratto terminale della valle Spluga, che porta al passo omonimo, punta di Lombardia che s’incunea nella Svizzera), non ha pari! E per la gente del posto, qui la motoslitta è come lo scooter per i milanesi o i romani. E anche se il mezzo non è di quelli ecologicamente corretti, è vitale per Madesimo e Montespluga, fiabesco ‘finis terrae’, solo neve, e oltre il nulla. Un agglomerato ‘da contrabbandieri’ che anche d’inverno vive, pur sepolto da metri di neve (tanto che la strada per il Passo Spluga è chiusa). Tutti possono provare l’emozione di arrivare quassù in motoslitta e di scorazzare su tracciati appositamente preparati, anche in notturna. La pista sale lungo l’ondulata Dorsale degli Andossi, dove la neve forma bizzarre forme che invitano quasi a tuffarsi dentro. 

*UN’OPERA D’ARTE? Peccato che non sia praticabile quest’anno per la chiusura a tempo indeterminato della funivia del Groppera (ma c’è il progetto per la nuova): è una di quelle piste che quando arrivi alla base ti volti e dici: ma sono sceso di lì? Ed è di quelle che non si trovano più. Selvaggia: sia per lo scenario naturale, sia perché difficile da domare. Il famoso Canalone. Sono 940 m di dislivello e 2750 metri di lunghezza (2850 metri con la variante dei Camosci), in ambiente solitario – non si vedono né impianti né piste - fra dossi, cunette e rocce. La pista – che non è tale ma è ufficialmente un ‘itinerario sciistico – è entrata nella leggenda anche per l’elzeviro che Dino Buzzati, le dedicò nel 1965 sul Corriere della Sera. Forse la punta di letteratura più alta di cui lo sci abbia mai goduto: “Si può presentare una pista di sci come un’opera d’arte senza cadere nella vuota retorica? Io penso di sì.”, era l’incipit dell’intenso racconto. Prima dell’inaspettata, amara domanda finale: “…buttarsi ancora giù per il favoloso scivolo, scrivere sull’interminabile cateratta bianca, irrigidita tra i dirupi, per la nostra piccola fatua personale illusione. Fino a quando?” 

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